Lettera Pasquale dell’Arcivescovo

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28 Gennaio 2026
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Si avvicina l’inizio della Quaresima, con il mercoledì delle ceneri che è il 18 febbraio prossimo.
Pasqua sarà domenica 5 aprile.

Già è possibile leggere e diffondere la Lettera Pasquale “Mind your step” dell’arcivescovo Paolo Giulietti.

MIND YOUR STEP!
CAMMINARE NELLA SPERANZA
PER NON SMARRIRE LA STRADA
E PERDERSI DI CORAGGIO

LETTERA PASQUALE 2026

I Magi, avvertiti in sogno di non tornare da Erode,
per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
(Mt 2, 12)

Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti.
Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio, non temete!”
Ci sarà un sentiero e una strada
e la chiameranno via santa.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo.
(Is 35, 3-4. 8. 10)

Sperare è vedere che questo mondo diventa il mondo di Dio:
il mondo in cui Dio, gli esseri umani e tutte le creature
passeggiano di nuovo insieme,
nella città-giardino, la Gerusalemme nuova.
(Leone XIV, Udienza, 20 dicembre 2025)

Caro fratello, cara sorella,

è appena terminato il Giubileo dedicato alla speranza. Spesso dopo un evento bello e importante sorge una domanda: come continuare? Questo vale anche per l’Anno Santo che ci è stato donato, come ricorda Papa Leone: “Pellegrini di speranza”, non è uno slogan che tra un mese passerà! È un programma di vita: “pellegrini di speranza” vuol dire gente che cammina e che attende, non però con le mani in mano, ma partecipando (Leone XIV, Udienza, 6 dicembre 2025).

È bello continuare ad essere, insieme, pellegrini di speranza! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora. (Leone XIV, Omelia, 6 gennaio 2026).

 Pensare al cammino

L’espressione “mind your step” – che si trova a volte nei luoghi in cui c’è qualche problema a transitare – invita a prestare attenzione a dove si mettono i piedi, per evitare di cadere (o di sbagliare strada, aggiungo). Chiunque si metta in cammino, infatti, deve fare i conti con la presenza di ostacoli e bivi: superficialità e distrazioni non sono ammesse, soprattutto se non ci si accontenta di vagabondare senza meta, ma si vuole seguire una precisa direzione. Camminare nella speranza dopo il Giubileo, in particolare, non è scontato e richiede attenzione. Esiste infatti il rischio di ritornare al tran-tran della vita quotidiana precedente all’evento, rendendolo così una bella “parentesi”, fonte di ricordi piacevoli, ma di fatto irrilevante nel concreto dell’esistenza personale e comunitaria.

Se vogliamo accogliere l’invito di Papa Leone a continuare il pellegrinaggio della speranza, abbiamo bisogno di trovare un percorso che lo renda praticabile. L’itinerario pasquale, centro del nostro Anno liturgico, è l’occasione propizia per compiere questa operazione, che ha un duplice volto, quello della conversione e quello dell’entusiasmo: una “conversione pasquale”, caratterizzata cioè non solo dalla decisione di cambiare, ma anche dalla gioia e dall’entusiasmo nel farlo.

 Il ritorno dei Magi

Ci viene in soccorso la vicenda dei Magi, narrata nel Vangelo di Matteo, che è stato proclamato proprio nella celebrazione di chiusura dell’Anno Santo. Essi, al termine del loro lungo viaggio con la guida della stella, vivono la grandissima gioia dell’incontro con il Re dei re; poi però, dopo averlo adorato e avergli presentato i doni estratti dai loro scrigni, giunge per loro il tempo di tornare a casa. L’evangelista sintetizza questo passaggio con poche parole, che rivelano una dinamica molto interessante per la domanda che ci siamo posti: come continuare il cammino? È evidente, infatti, come accade alle tante persone che vivono l’incontro con Gesù nei racconti evangelici, che la loro vita non potrà essere più la stessa, perché quell’avvenimento trasformerà per sempre la loro esistenza.

La letteratura apocrifa e leggendaria ha tentato di colmare il vuoto lasciato dal racconto di Matteo: una tradizione narra che divennero vescovi in Persia e furono sepolti insieme in una grande tomba (da cui l’imperatrice Elena avrebbe fatto trasportare le loro reliquie a Costantinopoli); altri racconti li vedono seguire San Tommaso in India, predicando il Vangelo e subendo il martirio; una leggenda più tarda li colloca addirittura in Giappone, dove avrebbero concluso i loro giorni come missionari.

Noi ci fermiamo al racconto di Matteo, cogliendo tre elementi di rilievo per la questione da cui siamo partiti:

– c’è un avvertimento che giunge in sogno;

– si decide di non passare da Erode;

– si torna a casa per una strada diversa da quella percorsa all’andata.

Questi passaggi delineano il percorso di “conversione pasquale” dei Magi, nato dall’incontro gioioso con Cristo, “apparso nel mondo come luce che splende nelle tenebre” (MR p. 458). A tale itinerario anche noi vogliamo ispirarci, per proseguire il pellegrinaggio di speranza del Giubileo.

 La guida interiore dei sogni

Il viaggio di andata dei Magi si era avvalso della guida luminosa di una stella, apparsa nel lontano oriente e decifrata nel suo significato grazie alla loro competenza astrologica. Nell’ultimo tratto di strada, c’era stato bisogno di rivolgersi a Erode per essere condotti dalle antiche profezie bibliche alla cittadina di Betlemme. Ora tutto questo finisce, per lasciare il posto a una voce che parla nell’intimo; quella stessa che, secondo Matteo, guida costantemente Giuseppe a fare le scelte giuste per la sicurezza di Gesù e di Maria. È la voce di un sogno, mandato da Dio.

Lasciarsi condurre dai sogni potrebbe sembrare avventato o infantile, soprattutto se paragonato alle procedure decisionali che vengono comunemente adottate nei più diversi campi della vita economica, politica e sociale: a contare sono i fatti, i numeri, le previsioni statistiche… Tutte cose assai razionali e assai diverse dai sogni. Le persone realistiche e disincantate diffidano dei sognatori e disprezzano gli idealisti, ritenendoli inutili o pericolosi. Nella lunga storia dell’umanità e della Chiesa, tuttavia, sono stati proprio gli idealisti e i sognatori a produrre spesso i progressi più significativi in molti ambiti dell’esistenza personale e collettiva: i santi, gli inventori, i rivoluzionari, gli esploratori… hanno accolto e coltivato qualche ideale, apparso a molti come un’utopia o una follia, ma che, una volta realizzato, ha trasformato la realtà. Il sogno ha certamente bisogno, per tradursi in azione, di ragionamenti, progetti e calcoli; questi, però, non basterebbero da soli a generare processi significativi o di cambiamento: servono idealismo e passione; serve un orizzonte di speranza, senza il quale il rischio e la fatica del nuovo potrebbero apparire ingiustificati o assurdi.

Non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto. Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia. Non siamo fatti per sognare le vacanze o il fine settimana, ma per realizzare i sogni di Dio in questo mondo. Egli ci ha reso capaci di sognare per abbracciare la bellezza della vita (Francesco, Omelia, 22 novembre 2020).

Viviamo in una società e una Chiesa che non sono privi di risorse; eppure si avvertono una sfiducia, una stanchezza e una rassegnazione per certi versi sorprendenti. Infatti in altre epoche della nostra storia, assai più critiche e misere, abbiamo conosciuto ben altro entusiasmo e ben altra intraprendenza, capaci di generare importanti cambiamenti. Camminare nella speranza, quindi, implica anche per noi recuperare la dimensione del sogno, abbandonando un realismo che non ci fa cogliere le sconfinate possibilità di bene che sono a portata di mano: il regno di Dio è vicino! (Mc 1, 15).

 Il grande sogno della Chiesa

Il Concilio Vaticano II rappresenta il grande sogno della Chiesa di oggi, capace all’epoca di raccogliere e portare a sintesi i fermenti di rinnovamento dei movimenti biblici, liturgici, teologici e pastorali che animavano da decenni il popolo di Dio. Un progetto che è ancora da portare a compi-mento, per varie ragioni.

Il Concilio […] arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. E mentre il Concilio dei Padri si realizzava all’interno della fede […], il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi […]: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. […] Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, e ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata… e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale. Ma la forza reale del Concilio era presente e, man mano, si realizza sempre più e diventa la vera forza che poi è anche vera riforma, vero rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che, 50 anni dopo il Concilio, vediamo come questo Concilio virtuale si rompa, si perda, e appare il vero Concilio con tutta la sua forza spirituale. Ed è nostro compito […] lavorare perché il vero Concilio, con la forza dello Spirito Santo, si realizzi, e sia realmente rinnovata la Chiesa. (Benedetto XVI, Discorso al clero di Roma, 14 febbraio 2013)

L’ultimo Concilio ecumenico non è stato ancora interamente compreso, vissuto e applicato. Siamo in cammino, e una tappa fondamentale di questo cammino è quella che stiamo vivendo con il Sinodo e che ci chiede di uscire dalla logica del “si è sempre fatto così”, dall’applicazione dei soliti vecchi schemi, dal riduzionismo che finisce per voler inquadrare sempre tutto in ciò che è già risaputo e praticato. […] Non si comprenderebbe il Concilio e nemmeno l’attuale percorso sinodale, se non si mettesse al centro di tutto l’evangelizzazione. […] La grande assise ecumenica è stata ispirata dall’esigenza di testimoniare e annunciare con parole nuove l’avvenimento della morte e resurrezione di Gesù e la sua presenza tra noi. C’era un mondo che si allontanava dal cristianesimo e manifestava, più che avversione, indifferenza. Il Concilio nasce da questa spinta, da questa domanda: come parlare di Gesù agli uomini e alle donne di oggi?

Da allora abbiamo percorso un lungo tratto di strada, che non è stato privo di difficoltà e di delusioni. Anche oggi rischiamo di cadere nella tentazione dello sconforto e del pessimismo, quando fissiamo il nostro sguardo sui mali che affliggono il mondo invece che guardare al mondo con gli occhi di Gesù, cioè considerandolo un campo di messe, dove seminare con pazienza e con speranza. (Francesco, Prefazione al libro “Giovanni XXIII. Il Vaticano II un Concilio per il mondo” di Ettore Malnati e Marco Roncalli)

Il progetto del Concilio Vaticano II è il sogno da cui farci guidare per il futuro della Chiesa e della sua missione nel mondo. Riprendiamolo in mano, sostenuti dal magistero, per orientare le scelte di conversione e di impegno che ogni cammino di speranza esige. Rileggiamo soprattutto le quattro grandi Costituzioni, domandandoci, personalmente e nelle nostre comunità, quanto rimane ancora da fare per rendere concrete quelle parole e quegli orientamenti.

 Guardarsi da Erode

La prima indicazione contenuta nel sogno dei Magi riguarda la persona di Erode, apparso estremamente sollecito nei loro riguardi nel corso dell’in-contro avvenuto a Gerusalemme e che si era fatto promettere dai Magi informazioni sul conto del bambino, in modo da poterlo a sua volta adorare. Il prosieguo della narrazione evangelica mostrerà le vere intenzioni del re, ma i Magi ora non possono saperlo, né ci sono ragioni per dubitare della rettitudine di chi si è mostrato tanto disponibile. Si può pertanto immaginare un certo sconcerto nell’accogliere l’indicazione della voce interiore. Tuttavia sarà la loro obbedienza al sogno, insieme a quella di Giuseppe, che impedirà a Erode di portare a termine il proposito di eliminare il Messia.

Nel nostro mondo, caratterizzato da una comunicazione ipertrofica e spesso ingannevole, il discernimento, cioè la capacità di riconoscere il bene e il male e di fare le scelte giuste, appare sempre più una competenza essenziale. Molte sono le persone, le organizzazioni e le proposte che si ammantano di bellezza e bontà solo apparenti, mentre nascondono fini e metodi inconfessabili. L’avvento dell’intelligenza artificiale sta dando – laddove viene usata senza scrupoli – un ulteriore e preoccupante apporto a tale dinamica. La velocità della comunicazione e la scarsa propensione all’approfondimento e alla verifica ci rendono estremamente vulnerabili, come mostrano purtroppo i ricorrenti episodi di fake-news, truffe, disinformazione e “neolingua” di orwelliana memoria. Facciamo molte cose senza stare troppo a pensarci, guidati non dalla coscienza e dalla ragione, ma dal pensiero dominante o dalle mode, magari risolvendo eventuali dubbi dicendo a noi stessi: che male c’è?

Riconoscere ciò che non è autentico e decidere di evitarlo, per individuare e seguire la strada buona, è quindi una condizione necessaria per non permettere a “false speranze” di orientare il nostro cammino.

Il discernimento comporta una fatica. […] Noi non ci troviamo davanti, già impacchettata, la vita che dobbiamo vivere. Dobbiamo deciderla continuamente, secondo le realtà che vengo-no. Dio ci invita a valutare e a scegliere: ci ha creato liberi e vuole che esercitiamo la nostra libertà. […] Il discernimento è faticoso ma indispensabile per vivere. Richiede che io mi conosca, che sappia cosa è bene per me qui e ora. Richiede soprattutto un rapporto filiale con Dio. […] Dio non impone mai il suo volere, perché vuole essere amato e non temuto. Dio ci vuole figli non schiavi: figli liberi. E l’amore si può vivere solo nella libertà. Per imparare a vivere si deve imparare ad amare, e per questo è necessario discernere: cosa posso fare adesso, davanti a questa alternativa? Che sia un segnale di più amore, di più maturità nell’amore. Chiediamo che lo Spirito Santo ci guidi! Invochiamolo ogni giorno, specialmente quando dobbiamo fare delle scelte (Francesco, Catechesi, 31 agosto 2022).

Lo Spirito fa scoprire gli inganni del maligno, quindi siamo chiamati a discernere continuamente se ci sta conducendo lo Spirito oppure il maligno o comunque il nostro interesse. (Leone XIV, Meditazione ai seminaristi in occasione del loro giubileo, 24 giugno 2025).

 Resistere alle lusinghe del mondo

“Rinunciate alle seduzioni del male, per non lasciarvi dominare dal peccato?” (MR p. 186), ci verrà chiesto nella Veglia pasquale, al termine del cammino di conversione della Quaresima. Tale domanda individua il discernimento e il rifiuto del male come dimensioni fondamentali del processo di conversione. Ma quali potrebbero essere, oggi, i principali inganni da riconoscere e da evitare? Tra i tanti, riflettiamo su sette di essi.

L’inganno dell’indifferenza

L’indifferenza è una sorta di “anestesia spirituale”, che spegne il desiderio, indebolisce la speranza e rende la fede un’aggiunta opzionale alla vita. Ci si illude che farsi i fatti propri sia il modo più efficace di stare al mondo, senza accorgersi che così facendo si impoveriscono le relazioni, si prepara il ter-reno al conflitto, si instillano diffidenza e paura dell’altro. Pensare di poter essere felici disinteressandosi degli altri è un grande inganno: infatti “la globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti innominati, responsabili senza nome e senza volto” (Francesco, Omelia, Lampedusa, 8 luglio 2013) e ci conse-gna a quella solitudine che è la grande epidemia della società di oggi. Ogni forma di comunità, sia civile che ecclesiale, ne risulta svuotata.

L’inganno di una felicità dipendente dalle cose

La riduzione della felicità al possesso e al consumo è una grande illusione, poiché fa pensare che bisogni interiori possano essere soddisfatti da beni materiali. Il circuito produttivo-commerciale ha bisogno di generare continuamente insoddisfazione, per sostenere l’impulso a procurarsi cose e a consumare esperienze. Da una parte, ciò comporta l’investimento di tempo, denaro, energie… per qualcosa di radicalmente insufficiente; dall’altra implica l’esaltazione di chi è produttivo, sano, bello, vincente… a scapito della fragilità, della sofferenza e del limite, che pure appartengono all’esistenza di ciascuno. Dimenticarsi che la vita è sempre e comunque preziosa, chiude la porta alla speranza evangelica e la sostituisce con “spe-ranze” di breve durata e di scarsa consistenza.

L’inganno di una velocità senza meta

I mezzi a nostra disposizione, in ogni campo dell’esistenza, sono sempre più efficienti e veloci: l’informazione, i trasporti, le comunicazioni, la produzione… conoscono ritmi impensabili solo qualche anno fa. Questo ci dà l’illusione di avere in pugno la vita, di essere all’altezza delle sfide dell’esistenza. Se però manca un fine, una meta che dia senso al frenetico movimento di ogni cosa, essere più veloci fa assomigliare le persone a schegge impazzite, piuttosto che a viaggiatori ben attrezzati. L’incessante evoluzione degli strumenti si accompagna troppo spesso allo smarrimento della direzione; non appena ci si ferma (Covid docet), molte cose rivelano la propria inconsistenza e cresce il senso di vuoto, l’impressione di correre – sì – ma verso un baratro.

L’inganno di una libertà senza responsabilità

Le tecnologie e il benessere hanno aumentato le possibilità di scelta di ciascuno, instillando la convinzione che la libertà individuale debba conoscere sempre meno limitazioni. Evitare impegni, scelte cogenti, responsabilità, legami… appare necessario per preservare la propria libertà dagli inevitabili condizionamenti che essi comportano. Anche le regole, in ogni ambito del vivere comune, vengono percepite con sempre maggiore insofferenza. Tuttavia una libertà che non si spende in decisioni serie, rimane sterile: non produce nulla, non cambia nulla, non costruisce nulla. Preserva solo se stessa, lasciando apparentemente intatte le proprie potenzialità. Ma il tempo passa e le occasioni di bene e di vita perdute non tornano più.

L’inganno del guadagno senza fatica

Il fatturato del gioco legale nel nostro Paese ha superato i 157 miliardi di Euro all’anno (cf. CGIL, Libro nero dell’azzardo), di cui oltre 90 legati al gioco on-line. Il fenomeno è più rilevante nelle zone povere, evidentemente connesso ad aspettative di riscatto economico che si rivelano illusorie: a guadagnare sempre e comunque, infatti, è il “banco”. Il fenomeno macroscopico del gioco è rivelativo di una mentalità orientata al guadagno facile, senza troppo impegno e fatica. Progressivamente, il lavoro perde valore, come accade all’economia reale rispetto alla finanza. La filosofia del “tutto-e-subito”, chiude il cuore alla speranza, che esige e fonda l’impegno, per sostituirla con la fortuna, che deresponsabilizza e, alla fine, lascia con un pugno di mosche in mano.

L’inganno di un potere senza regole

“Mentre l’uomo tanto largamente estende la sua potenza, non sempre riesce però a porla a suo servizio. […] Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica; e tuttavia una grande parte degli abitanti del globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 4). Ritenere che l’efficacia degli strumenti sia sufficiente ad assicurare la bontà dei risultati è un’illusione contraddetta da molteplici fatti, come l’aumento delle disuguaglianze e lo scatenarsi delle guerre. In assenza di regole morali e di finalità positive, si finisce col ricercare il proprio interesse, molto spesso a scapito di quello altrui. “Il relativismo, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione, perché separa l’uno dall’altro, riducendo ciascuno a ritrovarsi chiuso dentro il proprio io” (Benedetto XVI, Discorso alla Diocesi di Roma, 6 giugno 2005).

L’inganno dell’eterna giovinezza

Senza arrivare al livello del milionario americano Bryan Johnson, che investe circa due milioni di dollari all’anno per contrastare il proprio invecchia-mento e tentare di vincere la morte, in tutto il mondo si spendono cifre sempre più ingenti in farmaci e trattamenti anti-age di ogni genere. Il progressivo aumento della vita media e i progressi della medicina sembrano annunciare la sconfitta della sofferenza e della morte. Così, quando tali eventi accadono – perché non può essere altrimenti – si cerca in qualche modo di esorcizzarli, di rimuoverli dalla vista e dalla coscienza, invece di lasciarli illuminare dalla speranza pasquale. Però, nel profondo del cuore, lo smarrimento che ne deriva dà luogo a paure e ansie che offuscano la gioia di vivere. Anche tra gli adolescenti e i giovani l’assenza di risposte dinanzi alle grandi domande poste dalla limitatezza dell’esistenza, lungi dal produr-re spensierata allegrezza, dà luogo a un diffuso pessimismo (cf. IARD, Adolescenti followers, 2026).

Percorrere una strada diversa

Il secondo contenuto del sogno riguarda la strada da percorrere, che non deve essere la stessa dell’andata. Possiamo presumere che i Magi abbiano utilizzato la via più comoda e battuta, per raggiungere una destinazione tanto lontana, come succede anche a noi: dovendo fare un lungo viaggio, si prende l’autostrada. Ora la voce del sogno porta i Magi a scegliere un percorso alternativo, forse più lungo e meno agevole, forse più rischioso e meno servito… che però è quello giusto.

L’immagine di una strada “altra” suggerisce anche una scelta di vita. Non dimentichiamo che il cristianesimo in antico era chiamato “la via”: un cammino diverso da quello del mondo, reso tale dall’incontro con Cristo, e proprio per questo più faticoso e rischioso degli altri. Matteo non ci dice – come invece farà la letteratura apocrifa – cosa faranno i Magi una volta tornati a casa; suggerisce però che la loro vita sarà diversa da quella di prima, come diversa è la strada imboccata per il ritorno.

 “Siate santi!”

Tutti i cristiani sono chiamati ad essere santi. Il che non coincide con la buona educazione, l’onestà, la solidarietà, la religiosità… virtù che fortunatamente appartengono a molti, a prescindere dalla fede in Gesù. Né essere santi significa essere perfetti, esenti da ogni difetto e limite. Non implica nemmeno una diminuzione di umanità, in forza di un vissuto tutto spirituale che toglierebbe valore alle faccende di ogni giorno, come anche alle cose belle della vita. Non comporta, infine, una a-normalità quasi patologica ed estraniante.

Essere santi è possibile, innanzi tutto, perché Dio – il solo Santo – ci abilita a condurre una vita simile alla sua. Egli, separato e diverso, permette anche a noi di essere “diversi”, cioè “nuovi”: ci rende partecipi della sua vita, affinché noi, creati a sua immagine e somiglianza, possiamo condurre a pienezza la nostra umanità.

Ora, a chi è diverso, a chi non vive e non si comporta come tutti, accade facilmente di trovarsi solo: se al cristiano è dato di essere alternativo, diverso, originale…  a somiglianza di Dio, è inevitabile che non siano molti, soprattutto in contesti sociali e culturali lontani da certi ideali, quelli con cui condividere il cammino. È una sensazione che molti, soprattutto tra coloro che vivono più a contatto con la gente, dicono di provare. È senz’altro fonte di disagio; a volte genera anche un certo scoraggiamento, in primis tra gli adolescenti e i giovani, che hanno bisogno più degli adulti di essere riconosciuti e trovare consenso tra i coetanei. Può accadere che si generi una certa “vergogna” nel dirsi cristiani, nel sostenere le proprie idee e nel raccontare le proprie esperienze.

Chi vive nella santità, inoltre, incontra spesso ostilità da parte di chi è dominato dal male e si oppone alla novità di Dio. Gesù lo annuncia più volte, facendoci capire che contrasti e persecuzioni appartengono alla normalità dell’esistenza cristiana. Sappiano che molte Chiese e molti cristiani subiscono soprusi e a volte vengono addirittura uccisi. Dalle nostre parti, l’odio del “mondo” si esprime in modalità più soft, ma comunque impattanti. Discriminazioni, prese in giro, offese… sono all’ordine del giorno anche da noi e molti ne fanno esperienza. Può succedere che, per evitare gli ostacoli, ci si pieghi all’andazzo del mondo, uniformando comportamenti e pensieri a quelli della maggioranza. 

Insieme alla solitudine e all’opposizione, vivere in santità apre però la possi-bilità di sperimentare una relazione speciale con tutti coloro che partecipano dello stesso dono di Dio: si tratta di una fraternità profonda, un’appartenenza che sostiene nel cammino mediante la forza di una comunione autentica. La si vive prima di tutto nella Chiesa, comunità di coloro che sono stati santificati nel battesimo e vivono la propria esistenza con la guida dello Spirito; la si sperimenta anche nella vicinanza con le persone che lo stesso Spirito conduce in modo misterioso, ma efficace, sulle vie della verità e del bene, e che sono preziosi compagni di viaggio. “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2, 18): è il primo proposito che Dio esprime, nel secondo racconto della creazione. Nel cammino della santità, non possiamo e non dobbiamo procedere da soli: abbiamo bisogno di persone con cui condividere la fatica e la gioia di assomigliare a Gesù e di trasformare il mondo.

Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambia-mento decisivo del mondo. Nel secolo appena passato abbiamo vissuto le rivoluzioni, il cui programma comune era di non attendere più l’intervento di Dio, ma di prendere totalmente nelle proprie mani il destino del mondo. E abbiamo visto che, con ciò, sempre un punto di vista umano e parziale veniva preso come misura assoluta d’orientamento. L’assolutizzazione di ciò che non è assoluto ma relativo si chiama totalitarismo. Non libera l’uomo, ma gli toglie la sua dignità e lo schiavizza. Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero. La rivoluzione vera consiste unicamente nel volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore? (Benedetto XVI, Discorso alla veglia con i giovani, Colonia, 20 agosto 2005)

 Proposte per un cammino di speranza

Nel percorso 2026, alcune proposte intendono sostenere il cammino comunitario:

  • il ciclo di cinque incontri “Seguire la strada buona” (canale youtube della Diocesi – martedì ore 21.00). Il titolo si ispira a un passo del libro di Geremia: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi circa i sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita” (Ger 6,16); il tema riguarda il discerni-mento. Ogni realtà ecclesiale è invitata a partecipare organizzando gruppi di ascolto: dopo l’intervento videotrasmesso, una scheda aiuterà i presenti a condividere le proprie considerazioni.
    • martedì 24 febbraio

Il Concilio Vaticano II, orizzonte del discernimento

  • martedì 3 marzo

Il discernimento nel Cammino sinodale delle Chiese in Italia

  • martedì 10 marzo

Il discernimento nella comunità cristiana

  • martedì 17 marzo

Il discernimento secondo il ven. Enrico Bartoletti

  • martedì 24 marzo 

Discernimento, Parola di Dio e segni dei tempi

  • le iniziative della Quaresima di carità, volte a sostenere i nostri missionari a Rio Branco (Brasile) e il progetto “Dignitas” a favore delle popolazioni sfollate del Burkina Faso per il terrorismo e la guerra;
  • la veglia di preghiera per i missionari martiri, che sarà celebrata la sera di sabato 21 marzo;
  • il settenario di Pentecoste, che sarà celebrato in diverse località della Diocesi e culminerà con una grande veglia a Lucca, sabato 23 maggio;
  • un piccolo “Breviario della speranza”: in-quadrando il QR code qui a lato o attraverso il sito della Diocesi si può ricevere un brano del Concilio da leggere e meditare, per tutti i giorni non festivi della “novantina pasquale”. APRI QUI PER INQUADRARE IL QR-CODE

 Conclusione

Nel corso del 2026 vivremo alcuni importanti eventi che segneranno il cammino di speranza della nostra Diocesi:

  • a febbraio – domenica 22 pomeriggio, con una Messa in San Paolino nel ricordo di mons. Bartoletti- inizieranno le celebrazioni per i 300 anni dell’Arcidiocesi, con una serie di incontri e di liturgie: ricordare il passato, con le sue prove e i suoi travagli, ci sostiene a fronteggiare nella speranza le difficoltà dei nostri tempi;
  • a maggio l’Assemblea della CEI approverà il documento (o i docu-menti) frutto del Cammino sinodale delle Chiese in Italia: un lungo percorso che porterà a fare delle scelte decisive per il futuro delle nostre comunità cristiane;
  • sempre a maggio, finiranno gli incontri della Visita pastorale, iniziata il 6 ottobre di tre anni fa e che verrà chiusa lo stesso giorno del 2026: un evento bello e impegnativo, teso a portare avanti la riforma iniziata con il Concilio e il Sinodo diocesano del 1998;
  • a ottobre si ricorderanno gli 800 anni della morte di San Francesco, patrono d’Italia e “icona” di una Chiesa in gioiosa conversione: più vicina ai poveri, più sollecita alla custodia del creato, più capace di dialogo, più impegnata nella diffusione del Vangelo. Anche noi andremo pellegrini ad Assisi, come Diocesi, alla tomba del Poverello;
  • nel mese di dicembre saranno rinnovati tutti i Consigli pastorali delle Comunità parrocchiali; spetterà ad essi portare avanti i progetti che ciascuna realtà si è data per il triennio successivo alla Visita pastorale.

“Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi” (MR p. 996): la grazia del nostro cammino pasquale di gioiosa conversione apra il cuore e la vita a una spe-ranza che illumina i nostri passi della luce di Cristo e della forza dello Spirito.

Buona conversione pasquale a tutti!

Lucca, 25 gennaio 2026

Memoria della conversione di San Paolo

+ Paolo Giulietti

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